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Le Vergini Arcaiche e le Custodi dell’Antico Fuoco.

Nell’antichità l’essere Vergini comportava la capacità di alcune donne di avvertire dentro di sé la presenza di una pura essenza femminile inebriante e foriera di tenerezza, di languore erotico, di dolcezza e di amore, non personale né possessivo, nei confronti di tutte le manifestazioni naturali sentite come piene di bellezza e armonia. Tutte queste caratteristiche potrebbero essere ricondotte ad un unico divino archetipo femminile, alla Grande Dea dalle molteplici manifestazioni, rappresentata e venerata nel corpo delle donne a lei simili, riconosciuta in tutti i fenomeni naturali, sovrapponibile alla Divinità, chiamata Potnia nel bacino del Mediterraneo.

Vergini erano quelle donne che avevano preservato dentro se stesse l’affascinante e incantevole potere che può emanare una foresta selvaggia e piena di mistero o una sorgente pura ed incontaminata. Mantenere la Verginità significava quindi conservare la predisposizione a sentire e covare quel magico potere di gioia, di incanto e di languore fino a sciogliersi in esso, dimenticando la propria identità personale e diventando una delle sue innumerevoli e meravigliose manifestazioni. Uno stato di natura potente e selvaggia, di verde lussureggiante, di energia travolgente o ebbrezza, una condizione di vitalità che caratterizzava un particolare modo d’essere femminile pieno di forza. Vergini erano quelle donne libere e portatrici dell’eco della Grande Dea dentro di sé.
Si potrebbe pensare che le antiche Vergini fossero assolutamente libere perché in grado di identificarsi con il proprio Sé, sentendo quest’ultimo come una piccola ed armoniosa parte di un infinitamente amoroso Tutto. Ciascuna di esse poteva riconoscere nell’altra la medesima gioia e armonia, così come la avvertiva in un albero, in un fiore o in un animale selvatico, riuscendo a mantenere dentro di sé quella intima e inebriante congiunzione tra natura, magia, Eros, gioia e libertà che costituiva l’essenza del potere femminile, emanazione della Grande Madre di tutto l’esistente. In quanto donne, esse percepivano tale sacro amore in modo connaturato alla natura femminile, ovvero in sintonia con le dolci caratteristiche di quell’archetipo primordiale, quel femminino eterno di cui le diverse Dee rappresentano i differenti aspetti. Esse potevano sentire tale potere come un proprio fuoco interno, percepibile nel ventre. Tale fuoco doveva probabilmente essere custodito e protetto, difeso e vegliato, affinché rimanesse costantemente acceso.

A partire da ciò, si potrebbe intendere il senso del fatto che in diversi paesi sono esistiti nel passato gruppi di donne, consacrate a una Dea di cui esse erano considerate le sacre rappresentanti, col compito di mantenere perennemente acceso un fuoco foriero di Fortuna e propizio per l’intera società, spesso all’interno di templi circolari, simbolo di un calderone o dell’utero. L’esempio più celebre di un culto di questo tipo è quello delle Vestali a Roma, un gruppo di sacerdotesse che, all’interno di un tempio di forma rotonda, aveva il compito di vegliare perpetuamente un fuoco. L’etimologia del nome della Dea di cui queste donne celebravano il culto, Vesta, riporta a una radice che significa “bruciare” e che è la stessa da cui deriva il nome della medesima divinità in ambito greco, ovvero Estia, la custode del focolare, il cui nome designava in Grecia comunemente ogni fiamma.
Le Vestali che custodivano il fuoco di Vesta dovevano essere Vergini. Tale Verginità non va tuttavia intesa come castità fisica, quanto piuttosto in senso arcaico: donne libere, adatte a custodire e tenere acceso nel tempio tondo un fuoco che simbolicamente rappresentava quel fuoco interno e inebriante che ardeva nel profondo del loro ventre. La stessa Dea Vesta, pur essendo la Verginità il suo attributo caratteristico, si era nella leggenda congiunta al Dio Marte per poi partorire Romolo e Remo, fondatori della città di Roma. Essendo stata anche madre ed amante, bisogna pensare che la sua Verginità non potesse riguardare il fisico. Essa era infatti anche appellata “Tellus Mater”, cioè “Madre Terra”, generatrice di tutto, la cui Verginità si riferisce a una indipendenza dal maschio, che può anche assumere la forma di rifiuto di esso, all’interno tuttavia di una grande libertà sessuale, parte di una libertà ancora più vasta.

Si potrebbe dunque intendere la Verginità delle Vestali come una condizione di purezza, di autonomia femminile e di potere magico indispensabili per il mantenimento del fuoco sacro, tanto che, se l’avessero perduta, la fiamma si sarebbe spenta. George Dumézil, esperto del mondo romano ed indoeuropeo, scrive che la condizione fondamentale del servizio delle Vestali non era la castità, ma la Verginità che, presso molte società arcaiche, presupponeva poteri mistici o magici. Il senso arcaico della Verginità era quello di una difesa del potere femminile dal dominio maschile dissacrante, un’indomita autonomia delle donne che permetteva loro, spesso stando insieme, di vivere nel modo più naturale, spontaneo e selvaggio la loro intima natura, divenendo così esse stesse delle potenti manifestazioni di essa.

Tuttavia, il culto delle Vestali a Roma, soprattutto in epoca repubblicana e imperiale, rappresenta già una forma decaduta rispetto alle origini. L’uso di un potere femminile per un fine pratico a beneficio di una società retta da un governo maschile testimonia l’allontanamento dalle caratteristiche di libertà femminile del culto originario.
Elementi simili si possono riscontrare nelle figura ellenica delle Vergine Dea Estia. Anche lei si contraddistingue per il suo essere “Parthenos”, ovvero per il rifiuto del matrimonio, per essere identificata con la fiamma stessa e per essere venerata con il mantenimento di fuochi sempre accesi in edifici tondi chiamati “tholos”, la cui simbologia è collegata esplicitamente al ventre femminile. Anche intorno a questa Dea sarebbero esistiti in Grecia dei sacerdozi femminili di Vergini preposte alla cura del fuoco. Infatti, il termine “Parthenos” poteva essere utilizzato per designare “colei che si occupa del fuoco”.

Anche Estia possiede un aspetto materno ed è spesso collegata al simbolo dell’Omphalos, che letteralmente significa “ombelico, cordone ombelicale”, ma che si potrebbe anche tradurre con la parola “centro” oppure “radice”, “fonte di radicamento e di vita”: In età storica in Grecia al centro di ogni città era sempre situato l’altare del focolare comune dedicato ad Estia, garante della fortuna e della prosperità di tutta la comunità, ed era considerato l’Omphalos della città, cioè il suo centro. Omphalos poteva essere chiamato in Grecia anche un rigonfiamento nel suolo, il quale a volte veniva detto “Ge”, Terra. Questi luoghi erano spesso considerati sacri. Lo stesso tempio di Apollo a Delfi, sede dell’oracolo della Pizia, originariamente era un Omphalos, cioè un punto del terreno considerato magico, da cui la leggenda narra emanassero vapori in grado di rendere veggenti. L’Omphalos di Delfi era considerato “il trono di Estia”.

Dal momento che esso si può simbolicamente associare al ventre materno paragonabile a quello della Terra, cioè a quello della Grande Madre di tutto, datore perenne di vita ma anche centro pieno di magia, si può pensare che il fatto che dovesse ardere, negli edifici tondi consacrati a Estia, un sacro fuoco, possa simbolizzare quella fiamma interna che potrebbe ardere nel profondo di quelle donne vicine alla gioia e alla libertà dell’Antica Madre, nel profondo cioè delle antiche Vergini custodi del Fuoco.

Sia Estia che Vesta si associano inoltre a un carattere di fissità, immutabilità, permanenza e centralità che appartiene all’eterno mondo dell’Essere, unico e molteplice. Tale aspetto di queste Dee, ravvisabile anche nel carattere perenne del fuoco a loro dedicato, potrebbe significare che quelle che riuscissero ad accendere all’interno di sé quel fuoco interiore e a renderlo inestinguibile, proteggendolo sempre, sarebbero in grado di divenire padrone di se stesse, libere e totalmente identificate con le Armonie naturali, completamente partecipi del mondo dell’Essere. Nella veglia perpetua attuata dalle sacre custodi si potrebbe cogliere la capacità di mantenere una relazione consapevole, senza interruzioni e distrazioni, col il mondo trascendente.

La Soffitta delle Streghe

**Benedizioni a tutte voi**

Fonte: Leda Bearné, “Le Vergini arcaiche” Ed. della Terra di Mezzo.

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C'è polvere ed è sporca, ma nella soffitta trovi ricordi e melodie di un tempo perduto. Entrate e rimanete, entrate e saggiate il mistero del tempo, antico come le rime di un incantesimo, antico come il sapore di cannella. Siamo figlie della Dea Antica, ne pratichiamo il culto, e diffondiamo il suo verbo. )O( Siate Benedetti.

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