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L’Albero Sacro: la Quercia.

La quercia è un albero solare associato alla festa di Lughnasadh, la festa della luce, la festa regale che corrisponde al nostro primo Agosto. Ad essa è attribuito il simbolo della forza , della protezione e dell’energia cosmica.

Il suo legno è il combustibile scelto per i fuochi sacri.

La quercia è il segno visibile agli uomini della presenza degli spiriti della vita e della crescita.
QUERCIA – QUERCUS ROBUR – DUIR

La longevità e l’imponenza della quercia, insieme ai suoi tanti doni offerti all’uomo e agli animali, non poteva che ispirare agli Antichi grande rispetto, tanto da considerarla la presenza del divino in terra. Per i Celti era l’albero degli alberi, poiché le sue alte fronde toccavano il cielo e le sue radici penetravano nella profondità del terreno. Alcuni studiosi affermano che la quercia era, per questo popolo, un albero cosmico, come lo era Yggdrasill, il frassino dei popoli del Nord Europa . Tuttavia molte Genti indoeuropee associarono la quercia al dio creatore, il Padre celeste che risiede in terra.
I Celti ritenevano che il mondo fosse sostenuto e alimentato da una quercia, ma credevano anche che un giorno sarebbe finito se il suo tronco, che sorreggeva il cielo, si fosse spezzato.
Stradone è certo che il culto di questi alberi fosse molto antico presso i Celti e riteneva che lo avessero portato con loro durante la lunga migrazione. Ci riferisce infatti che, nel III secolo a.C., alcune tribù che si stabilirono in Asia Minore ( i Galati ), costituirono una confederazione governata da un “senato” e da “un’assemblea popolare” che si riuniva in un santuario comune detto Dunemeton, cioè boschetto sacro di querce. Questa testimonianza ci dice anche che per le decisioni importanti si sceglievano luoghi sacri, dove il “padre celeste” consigliava i sacerdoti e i re, guidava le scelte e quello che era approvato era una promessa davanti agli dei e agli uomini. Per la stessa ragione, ai piedi di una quercia, i druidi amministravano la giustizia, i riti religiosi e divinatori. Questi ultimi, in particolare, erano considerati ancor più sacri, se l’officiante aveva mangiato alcune ghiande prima del rito perché attraverso il frutto dell’albero, provenivano le emanazioni divine utili per interrogare il futuro e comprenderlo attraverso i segni.
Il culto della quercia comunque era diffuso in gran parte d’Europa e si protrasse fino all’avvento del Medio Evo. Ne abbiamo documentazione attraverso gli autori antichi come Plauto che in un brano dell’Aulularia, parla di querce sacre in Gallia e Claudiano ( IV sec. d.C. ) che riferisce di un bosco sacro nella Selva Ercinia, nel quale era reso un antico culto ad una quercia molto vecchia. Anche i Romani furono sensibili alla maestosità de questi alberi ai quali attribuivano un valore quasi eroico per la loro grande resistenza e “impavidità” difronte alle tempeste. Con le foglie infatti preparavano corone commemorative o celebrative per coloro che si erano distinti in senso civico o avevano dimostrato particolare coraggio in battaglia.
Calendario arboricolo celtico

Il culto degli alberi è stato una parte importante della cultura dei Celti e, nonostante non esistano testi ufficiali che documentino questo aspetto, molti testi riportano o accennano questo calendario. Esso è il prodotto di studi di uno scrittore Robert Graves (1895 – 1986 ), il quale negli ani ’50 ha condotto le prime indagini circa antiche tradizioni. Egli è pervenuto alla conclusione che i Celti avessero un calendario di 13 mesi, basato sulle fasi lunari e che ogni mese avesse 28 giorni; i mesi erano associati a 13 alberi, le cui lettere iniziali del nome coincidevano con quelli delle piante. Gli alberi erano abbinati a quel tal periodo secondo le funzioni vitali che si manifestano in una correlazione stretta fra stagione e vegetazione. Graves riteneva anche, che la lettera iniziale dell’albero, fosse un ogam, una segno magico dell’alfabeto di cui esistono vari frammenti epigrafici datati fra in IV e il VII secolo d.C. ritrovati in Irlanda, Scozia, Galles e Inghilterra.

Tuttavia quest’ultima considerazione sembra non avere corrispondenza con il calendario di Coligny, datato II secolo d.C. e ritrovato in Francia.
L’albero e i suoi doni

Per molti popoli la quercia è stata fonte di nutrimento. Le ghiande sono state considerate il primo alimento degli uomini. Essiccate, sbucciate e poi finemente macinate, servivano a preparare un pane che in Europa, nei secoli di carestia, fu consumato fino al XVIII secolo. Abbiamo ampia testimonianza nella Storia Naturale di Plinio il Vecchio, il quale nel XVI Libro, dopo aver distinto quattro tipi di querce, si sofferma a parlare del frutto della quercus cerris, il leccio, le cui ghiande migliori sono quelle prodotte dalla pianta femmina perché più dolci e morbide di quelle delle altre querce a foglia larga. Riferisce anche che in Spagna, vengono consumate dopo essere state tostate nella cenere per esaltare la loro dolcezza. È pensabile che anche i Celti le abbiano mangiate sotto forma di pane e non solo come mezzo divinatorio. Ma l’albero offre anche galle, escrescenze ipertrofiche causate dalla puntura di insetti chiamati Cynipidae.
Di solito si formano lungo i rami o sotto le foglie di tutte le specie di quercia come reazione alla sostanza iniettata dal parassita. Le galle contengono acido gallico e tannino, sostanze che i Celti non conoscevano, ma di cui avevano sperimentato le proprietà. Infatti queste polverizzate erano utili per la concia delle pelli e la tintura della lana. Plinio aggiunge anche che per ottenere una buona colorazione dei tessuti è di gran lunga migliore la galla scura prodotta dal leccio domestico. I Celti compresero che l’acido gallico è un forte riducente e nella concia rende imputrescibile la pelle, mentre la stessa polvere impiegata in medicina, è un buon cicatrizzante.

 

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