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**21 Dicembre** La Luce del Solstizio: Il vischio e la leggenda dei Druidi.

Queste usanze provengono direttamente dai Celti che consideravano il vischio un prezioso dono degli dei in quanto privo di radici e destinato a crescere, come parassita, sul ramo di un’altra pianta.
L’immaginario collettivo celtico riteneva che il vischio nascesse là dove era caduta la folgore: simbolo di una discesa della divinità e, dunque, di immortalità e rigenerazione.

A detta di Plinio il Vecchio:
I Druidi non considerano niente di più sacro del vischio e dell’albero sul quale esso cresce, purché si tratti di un rovere. Scelgono come sacri i boschi di rovere in quanto tali e non compiono nessun rito religioso se non hanno fronde di quest’albero, tanto che il termine Druidi può sembrare di derivazione greca. In realtà essi ritengono tutto ciò che nasce sulle piante di rovere come inviato dal cielo, un segno che l’albero è stato scelto dalla divinità stessa. Peraltro il vischio di rovere è molto raro a trovarsi e, quando viene scoperto, lo si raccoglie con grande devozione: innanzitutto al sesto giorno della luna (che segna per loro l’inizio del mese, dell’anno e del secolo, ogni trent’anni) e questo perché in tale giorno la luna ha già abbastanza forza e non è a mezzo. Il nome che hanno dato al vischio significa, che guarisce tutto. Dopo aver apprestato secondo il rituale, il sacrificio ed il banchetto ai piedi dell’albero, fanno avvicinare due tori bianchi ai quali, per la prima volta, vengono legate le corna.

Il capo dei Druidi coglieva il vischio con una falce d’oro mentre gli altri Druidi, vestiti di tuniche bianche, lo deponevano in un bacile d’oro che esponevano poi alla venerazione del popolo.

LE PROPRIETÀ DEL VISCHIO PER I CELTI
I Celti attribuivano al vischio numerose proprietà curative, pertanto lo immergevano nell’acqua che distribuivano a chi la desiderava per guarire da qualche male o per preservarsi da future malattie o sortilegi.
Plinio, con un certo scetticismo, commentava:
Ritengono che il vischio, preso in pozione, dia la capacità di riprodursi a qualunque animale sterile e che sia un rimedio contro tutti i veleni: così grande è la devozione che certi popoli rivolgono a cose per lo più prive d’importanza.
A confermare tale congettura pare sia confermata dal nome di ‘scopa del fulmine’ con il quale viene chiamato il vischio nel cantone svizzero di Argau, in quanto un simile epiteto implica chiaramente la stessa connessione tra il parassita e il fulmine. anzi, per Fazer,
la scopa del fulmine è un nome comune in Germania per ogni escrescenza cespugliosa o a guisa di nido che cresca su un ramo perché gli ignoranti credono realmente che questi organismi parassitici siano un prodotto del fulmine. Se vi è una qualche verità in questa congettura, la vera ragione per cui i Druidi adoravano un albero portante il vischio più di tutti gli alberi della foresta, era la credenza che ciascuna di quelle querce non fosse stata colpita dal fulmine ma portasse sui rami una visibile emanazione del fuoco celeste; così che tagliando il vischio coi mistici riti si procuravano tutte le proprietà magiche del fulmine.

LE TRADIZIONI DEI DRUIDI IN FRANCIA
In Francia, le usanze druidiche proseguirono ad essere osservate anche dopo la sua cristianizzazione. Ancora nel XV secolo la gente partecipava ad una speciale cerimonia, detta guilanleuf o auguilanneuf (vischio dell’anno nuovo), con inconfutabili assonanze rispetto a quella druidica.

TANTI TIPI DI VISCHIO
Tra i molti tipi di vischio, i più diffusi hanno bacche giallo-biancastre. Quello della quercia, invece, è, come già accennato, assai più raro, perciò apprezzato dai Celti, ed ha bacche giallastre.
Per Frazer, il nome potrebbe anche derivare dal ricco color d’oro che assume un ramo di vischio qualche mese dopo essere stato tagliato. In effetti, sembra proprio un ramo dorato.

VISCHIO, ORO, SOLE E FUOCO E PROTEZIONE
I contadini bretoni attaccano, sulle facciate delle loro abitazioni, dei grandi mazzi di vischio che, in giugno, sono impressionanti per lo splendore dorato del fogliame.
Se il vischio raccolto in un solstizio scopre l’oro non è difficile capire perché si ritenga che, evidentemente, sia della stessa natura del sole, il quale, a sua volta, è “il fuoco celeste”, la manifestazione visibile della divinità suprema.

Pertanto Frazer commenta:
Se si credeva che il ramo giallo e secco del vischio nei tristi boschi dell’autunno contenesse la semenza del fuoco, un viaggiatore sperduto nelle tenebre sotterranee quale migliore compagno poteva portar seco d’un ramo che serviva da lampada, per rischiarare i suoi passi, e da bastone fra le sue mani? Armato di esso poteva arditamente affrontare gli spaventosi spettri che gli avrebbero attraversato la strada nel suo avventuroso viaggio. Così quando Enea lasciando la foresta arriva alle sponde dello Stige, che serpeggia lentamente per la palude infernale, e il selvaggio nocchiero gli rifiuta il passaggio nella sua barca, egli non deve far altro che togliere dal seno e mostrargli il ramo d’oro e il fanfarone a quella vista, si calma subito e accoglie amabilmente l’eroe nella sua fragile barca che si immerge profondamente nell’acqua sotto l’insolito peso di un uomo vivo. Anche in epoca recente, come abbiamo visto, si è considerato il vischio come una protezione contro le streghe e gnomi, ed è perciò naturale che gli antichi gli abbiano attribuito la stessa virtù magica. E se il frutto parassita può, come credono alcuni nostri contadini, aprire tutte le porte, perché non sarebbe potuto essere un “Apriti, Sesamo!” nelle mani di Enea per schiudere le porte della morte?

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